Uomini e donne sul lavoro: l’alleanza che può cambiare davvero le aziende
Uomini e donne sul lavoro sanno che collaborare può portare vantaggi a entrambi, eppure tra esserne consapevoli e trasformare questa convinzione in comportamenti quotidiani esiste ancora una distanza considerevole.
È quanto emerge dalla ricerca “Costruzione di alleanze: verso il superamento degli stereotipi di genere”, condotta da Valore D e Ipsos-Doxa con NTT Data e il contributo di Osservatorio Maschile.
I risultati raccontano una realtà apparentemente contraddittoria: oltre il 60% degli intervistati ritiene che l’alleanza tra i generi produca benefici concreti, mentre il 44% percepisce uomini e donne come più divisi rispetto al passato.
Una contraddizione che dimostra quanto gli stereotipi possano continuare a influenzare comportamenti e aspettative anche quando siamo convinti di averli superati.
Uomini e donne sul lavoro: il 90% riconosce il peso degli stereotipi
Uno dei risultati più significativi riguarda proprio la consapevolezza.
Secondo la ricerca riportata da Donna Moderna, 9 persone su 10 riconoscono che gli stereotipi di genere sono un prodotto culturale e ritengono che la collaborazione tra donne e uomini possa generare miglioramenti concreti.
Sembrerebbe il punto di partenza ideale.
Il problema nasce quando dalle convinzioni si passa ai comportamenti.
Quasi la metà degli intervistati percepisce infatti una distanza tra uomini e donne maggiore rispetto a quella di vent’anni fa. Per le aziende la sfida diventa quindi trasformare la consapevolezza teorica in una diversa cultura organizzativa.
Leadership femminile, le differenze di percezione restano
Un altro risultato riguarda il modo in cui vengono percepite le capacità professionali delle donne.
Secondo i dati citati nell’indagine, solo il 65% degli uomini riconosce le donne come capaci di ricoprire ruoli di responsabilità.
La percezione femminile è differente: più di 7 donne su 10 si considerano in grado non soltanto di assumere incarichi di responsabilità, ma anche di svolgere attività che richiedono capacità analitiche e strategiche e di gestire conflitti sul posto di lavoro.
È un divario significativo perché mostra come il problema non riguardi necessariamente le competenze effettive, ma anche il modo in cui queste vengono percepite dagli altri.
Ed è proprio questa percezione a poter incidere sulle opportunità di carriera.
Anche gli uomini sono condizionati dagli stereotipi
La ricerca mette però in evidenza un aspetto meno discusso: gli stereotipi di genere non riguardano soltanto le donne.
Anche gli uomini devono confrontarsi con modelli culturali che stabiliscono quali comportamenti siano considerati più o meno accettabili.
Il dato più sorprendente riguarda le emozioni: appena il 27% degli intervistati ritiene che un uomo possa piangere liberamente.
Alle donne viene riconosciuta una maggiore libertà nell’espressione delle emozioni. Per gli uomini, invece, lo spazio considerato socialmente accettabile appare molto più ristretto e comprende soprattutto gioia, entusiasmo e rabbia.
Cos’è l’effetto Pigmalione
Alla base di alcuni comportamenti può esserci quello che in psicologia e pedagogia viene definito effetto Pigmalione.
Il principio, semplificando, è che le aspettative che gli altri hanno nei confronti di una persona possono contribuire a influenzarne comportamenti e risultati.
Se fin dall’infanzia si attribuiscono continuamente determinate caratteristiche a maschi e femmine, queste rappresentazioni possono progressivamente trasformarsi in aspettative sociali.
Secondo Vera Marinelli di Osservatorio Maschile, citata da Donna Moderna, ai bambini viene spesso trasmessa una rappresentazione secondo cui sarebbero meno maturi e meno complessi emotivamente rispetto alle bambine.
Sono modelli che possono essere interiorizzati e accompagnare le persone anche nella vita adulta e professionale.
Il problema delle emozioni arriva anche in ufficio
Questa educazione può avere conseguenze anche nell’ambiente di lavoro.
Se a un uomo viene insegnato implicitamente che vulnerabilità, paura o tristezza sono manifestazioni da evitare, la rabbia può diventare una delle poche emozioni considerate socialmente accettabili.
E questo rischia di riflettersi anche sui rapporti professionali.
L’obiettivo di una cultura aziendale più equilibrata, quindi, non dovrebbe essere semplicemente quello di modificare la posizione delle donne all’interno dell’organizzazione.
Dovrebbe anche consentire agli uomini di liberarsi da alcuni modelli tradizionali che possono limitarne comportamenti e relazioni.
Gli stereotipi continuano anche dentro casa
La divisione dei ruoli emerge chiaramente anche osservando la vita familiare.
Secondo la ricerca, il 71% del campione associa ancora la cura alle donne, mentre il 73% attribuisce agli uomini le attività che richiedono forza fisica.
Anche la distribuzione delle incombenze tende a seguire uno schema tradizionale.
Alle donne vengono associate più frequentemente attività quotidiane e continuative come cura dei figli, pasti, spesa e pulizia. Agli uomini vengono invece attribuiti compiti generalmente più occasionali, come manutenzione e pratiche burocratiche.
La questione ha conseguenze anche sul lavoro perché il carico familiare può condizionare disponibilità, orari, possibilità di crescita e scelte professionali.
Il 40% delle donne non vuole lasciare il lavoro per la famiglia
Qualcosa, però, sta cambiando.
La ricerca registra una maggiore partecipazione degli uomini alla cura dei figli e un maggiore coinvolgimento delle donne nelle decisioni economiche familiari.
C’è soprattutto un numero significativo: il 40% delle donne intervistate dichiara di non essere disposta ad abbandonare il proprio lavoro per occuparsi dei familiari.
È il segnale di un progressivo cambiamento delle aspettative.
Il modello secondo cui la carriera dell’uomo avrebbe automaticamente la precedenza mentre la donna dovrebbe occuparsi principalmente della famiglia appare sempre meno compatibile con le aspirazioni delle nuove generazioni.
Perché l’alleanza tra uomini e donne conviene anche alle aziende
La questione non riguarda soltanto il raggiungimento della parità.
Un ambiente nel quale le persone vengono valutate sulla base delle competenze anziché delle aspettative associate al genere può creare condizioni migliori per utilizzare il talento disponibile.
Per questo le aziende possono intervenire su diversi fronti: formazione sui bias inconsci, sostegno alla genitorialità rivolto sia alle donne sia agli uomini, programmi di mentorship e occasioni di confronto.
Sono proprio alcune delle strategie indicate nell’analisi pubblicata da Donna Moderna.
L’obiettivo è evitare che la parità rimanga semplicemente un principio dichiarato nei documenti aziendali.
Il caso NTT Data: cosa succede lavorando sulla cultura aziendale
La ricerca presenta anche un interessante confronto.
All’interno di NTT Data, dove da oltre dieci anni viene portato avanti il percorso NTT Donna attraverso formazione, coaching, sensibilizzazione e sviluppo delle competenze, il 61% delle persone percepisce oggi uomini e donne come più uniti rispetto a vent’anni fa.
Nel campione nazionale della ricerca la percezione è invece molto differente.
Non si tratta di una prova che un singolo programma produca automaticamente quel risultato, ma il dato mostra come all’interno di quella specifica organizzazione la percezione dei dipendenti sia sensibilmente diversa.
Secondo Francesca Anoja, Head of People & Culture di NTT Data Italia, all’interno dell’azienda è cresciuto anche il riconoscimento della leadership femminile e delle capacità analitiche e strategiche delle donne.
La Gen Z sta cambiando le regole
Un’altra trasformazione potrebbe arrivare proprio dai lavoratori più giovani.
Secondo la ricerca, la Gen Z sembra meno disposta ad accettare i tradizionali modelli di successo professionale.
Da un lato viene rifiutata l’immagine della donna che deve dimostrare di riuscire contemporaneamente nella carriera, nella famiglia e in ogni altro ambito della propria vita.
Dall’altro viene progressivamente messo in discussione anche il modello dell’uomo che deve necessariamente primeggiare e mostrarsi sempre sicuro e competitivo.
È un cambiamento potenzialmente importante perché sposta la discussione dalla contrapposizione tra uomini e donne a un tema più ampio: quali caratteristiche devono essere premiate nel mondo del lavoro?
Uomini e donne sul lavoro: collaborare invece di contrapporsi
Il dato forse più importante della ricerca è proprio questo: migliorare la condizione professionale delle donne non significa necessariamente togliere spazio agli uomini, così come liberare gli uomini da determinate aspettative sociali non significa ridimensionare le battaglie per la parità.
Le due trasformazioni possono procedere insieme.
Per questo parlare di uomini e donne sul lavoro significa sempre meno stabilire chi debba conquistare terreno rispetto all’altro e sempre più creare organizzazioni nelle quali responsabilità, carriera e possibilità di esprimersi dipendano dalle capacità individuali.
La consapevolezza, però, da sola non basta. I numeri della ricerca mostrano infatti una distanza ancora significativa tra ciò che le persone dichiarano di pensare e quello che percepiscono nella quotidianità.
La vera sfida per le aziende sarà quindi trasformare quella consapevolezza in comportamenti, opportunità e modelli organizzativi concreti.

