Prestiti tra marito e moglie: quando i soldi non devono essere restituiti

Prestiti tra marito e moglie: in caso di separazione i soldi vanno restituiti?

Durante un matrimonio può capitare frequentemente che uno dei coniugi metta a disposizione dell’altro i propri risparmi: per ristrutturare la casa, pagare il mutuo, acquistare mobili o affrontare altre spese familiari. Ma cosa succede se marito e moglie successivamente si separano? Chi ha versato più denaro può chiederlo indietro?

La questione dei prestiti tra marito e moglie è meno semplice di quanto possa sembrare. Il fatto di aver trasferito o speso personalmente una determinata somma non significa automaticamente essere titolari di un credito nei confronti dell’altro coniuge.

Il principio è stato ribadito anche nel 2026 dalla Corte di Cassazione: le somme impiegate durante la convivenza matrimoniale per realizzare il progetto di vita familiare si presumono versate nell’adempimento del dovere di contribuzione ai bisogni della famiglia e, in linea generale, non sono quindi ripetibili.

Prestiti tra marito e moglie: perché normalmente non c’è restituzione

Il punto di partenza è l’articolo 143 del Codice civile.

Con il matrimonio, entrambi i coniugi assumono l’obbligo di contribuire ai bisogni della famiglia in relazione alle proprie sostanze e capacità di lavoro.

Di conseguenza, il denaro utilizzato durante il matrimonio per sostenere il progetto familiare non viene automaticamente considerato un finanziamento concesso all’altro coniuge.

Donna Moderna porta l’esempio di una donna che ha utilizzato parte dei propri risparmi per ristrutturare la casa familiare intestata al marito. In caso di successiva separazione, il semplice fatto di aver sostenuto quelle spese non determina automaticamente il diritto a riavere il denaro.

La Cassazione: le somme destinate alla famiglia sono normalmente irripetibili

Il principio è stato espresso con particolare chiarezza dalla Cassazione, ordinanza n. 8793 dell’8 aprile 2026.

Secondo la Suprema Corte, le attribuzioni patrimoniali effettuate durante la convivenza per contribuire alla realizzazione di un progetto di vita comune si presumono eseguite nell’ambito dei doveri familiari.

Per questo sono, in linea generale, irripetibili: non basta la fine del matrimonio per trasformare automaticamente quelle somme in un debito dell’ex coniuge.

È un punto particolarmente importante perché impedisce che, al momento della separazione, venga effettuata una sorta di rendicontazione retroattiva di tutte le spese sostenute durante gli anni di matrimonio.

Aver pagato più dell’altro non basta

Facciamo un esempio.

Durante il matrimonio il marito versa 80.000 euro per le esigenze familiari e la moglie ne versa 30.000.

La semplice differenza di 50.000 euro non significa automaticamente che il marito abbia un credito di 50.000 euro nei confronti della moglie.

La Cassazione ha chiarito che la mera superiorità quantitativa degli esborsi di un coniuge rispetto a quelli dell’altro non è sufficiente per ottenere la restituzione.

Bisogna infatti considerare redditi, patrimonio, capacità economica dei due coniugi, destinazione delle somme e caratteristiche complessive del contributo.

Casa intestata soltanto al marito o alla moglie: cosa succede?

Uno dei casi più delicati riguarda la casa familiare.

Immaginiamo che l’immobile appartenga esclusivamente al marito ma che la moglie utilizzi 40.000 euro dei propri risparmi per ristrutturarlo.

Dopo alcuni anni i due si separano.

Il fatto che l’immobile rimanga di proprietà del marito non comporta necessariamente il diritto della moglie a ottenere indietro automaticamente i 40.000 euro.

Se quelle opere erano finalizzate a rendere l’abitazione adeguata alle esigenze della famiglia, la spesa può rientrare nel progetto di vita comune e quindi negli obblighi di contribuzione familiare. La giurisprudenza ha già applicato questo principio anche alle opere realizzate sull’immobile di proprietà esclusiva dell’altro coniuge.

Quando invece i soldi possono essere restituiti

Questo non significa che tra marito e moglie sia impossibile avere un vero debito.

La Cassazione lascia spazio a situazioni differenti.

Il coniuge che pretende la restituzione può cercare di dimostrare che il trasferimento aveva una causa diversa dalla normale contribuzione familiare, per esempio che si trattava effettivamente di un prestito.

Un’altra situazione riguarda contributi che risultino, per entità e destinazione, sproporzionati e inadeguati rispetto alle sostanze e alla capacità reddituale del coniuge che li ha sostenuti.

La valutazione, quindi, deve essere effettuata concretamente caso per caso.

L’accordo scritto può cambiare tutto

Qui arriva il consiglio più importante per chi vuole realmente prestare denaro al proprio coniuge.

Se l’intenzione non è contribuire alle normali esigenze della famiglia ma concedere una somma che dovrà successivamente essere restituita, è opportuno formalizzare chiaramente l’accordo.

Donna Moderna sottolinea che anche marito e moglie possono stipulare un vero prestito, stabilendo che una determinata somma dovrà essere restituita e definendo tempi e modalità.

Un documento scritto può quindi diventare fondamentale per dimostrare la natura dell’operazione.

Non basta scrivere “prestito” sul bonifico?

La causale di un bonifico può rappresentare un elemento utile, ma nelle controversie patrimoniali è rischioso affidarsi esclusivamente a una singola dicitura.

La questione fondamentale è poter dimostrare l’esistenza dell’obbligo di restituzione.

La giurisprudenza ha chiarito, più in generale, che la semplice consegna di denaro non dimostra da sola l’esistenza di un contratto di mutuo: chi chiede la restituzione deve provare il titolo che giustifica la propria pretesa.

Per somme importanti, quindi, un accordo scritto sufficientemente preciso offre una tutela decisamente maggiore rispetto a un semplice trasferimento di denaro.

Cosa dovrebbe indicare un accordo tra coniugi

Se marito e moglie intendono realizzare un vero prestito, il documento dovrebbe rendere inequivocabile la volontà delle parti.

È opportuno identificare i coniugi, indicare l’importo prestato, specificare che la somma viene consegnata a titolo di prestito e prevedere l’obbligo di restituzione.

Si possono inoltre stabilire una scadenza, eventuali rate e le modalità attraverso le quali dovrà avvenire il rimborso.

Per importi rilevanti o operazioni collegate all’acquisto o alla ristrutturazione di immobili è prudente rivolgersi a un professionista, perché la corretta qualificazione giuridica dipende dalle caratteristiche concrete dell’operazione.

Conto corrente cointestato: attenzione a un altro equivoco

Anche il conto cointestato può generare controversie.

La Cassazione ha affrontato proprio il caso di somme versate su un conto corrente cointestato, stabilendo che chi pretende la restituzione deve dimostrare una causa diversa dalla contribuzione al progetto familiare oppure la sproporzione dell’apporto rispetto alle proprie condizioni economiche.

Ma questo non significa che qualsiasi somma presente su un conto cointestato diventi automaticamente una donazione all’altro coniuge.

La giurisprudenza ha chiarito che la cointestazione di denaro appartenente originariamente a uno soltanto dei coniugi può essere considerata una donazione indiretta solo quando venga accertata l’effettiva intenzione di effettuare una liberalità.

E se un coniuge prende i soldi dell’altro senza consenso?

Questa è una situazione completamente diversa.

La regola della solidarietà familiare non può diventare una giustificazione per qualsiasi trasferimento di denaro.

Una pronuncia della Cassazione del giugno 2026 ha riguardato, ad esempio, bonifici di importo esorbitante trasferiti dal conto di un coniuge verso il conto personale dell’altro senza prova del consenso e senza una destinazione riconducibile ai bisogni familiari. In quella situazione è stata riconosciuta la possibilità di ottenere la restituzione attraverso l’azione di arricchimento senza causa.

È quindi necessario distinguere il contributo volontariamente destinato alla famiglia da somme sottratte o utilizzate per finalità esclusivamente personali.

Separarsi non trasforma automaticamente le spese in crediti

Questo è probabilmente il concetto più importante.

Quando termina un matrimonio può essere naturale ripensare a chi abbia pagato il mutuo, chi abbia sostenuto maggiormente le spese della casa o chi abbia finanziato determinati lavori.

Ma la separazione non trasforma automaticamente i contributi effettuati durante la convivenza in crediti da recuperare.

La Cassazione ha più volte osservato che i coniugi separati non possono semplicemente rimettere in discussione tutte le spese sostenute durante la vita matrimoniale quando queste erano riconducibili alle esigenze della famiglia.

Prestiti tra marito e moglie: cosa bisogna ricordare

La regola, quindi, non è semplicemente “tra marito e moglie i prestiti non si restituiscono”.

La formulazione più corretta è un’altra: le somme versate durante il matrimonio per contribuire alle esigenze della famiglia e al progetto di vita comune si presumono normalmente irripetibili.

Un vero prestito tra coniugi può invece esistere e prevedere la restituzione. Il problema, in caso di contestazione, sarà dimostrare che quel trasferimento di denaro rappresentava realmente un prestito e non un normale contributo alla vita familiare.

Per questo, soprattutto quando sono coinvolte somme importanti, la soluzione più prudente è mettere per iscritto fin dall’inizio natura, importo e modalità di restituzione del denaro.