Non è solo una questione di programmi ministeriali o di ore da incastrare tra una lezione di greco e una di matematica. È una questione politica, nel senso più nobile del termine. È il diritto di crescere in un mondo dove il desiderio non fa rima con possesso e l’identità non è un binario già tracciato.
Mentre il 2025 si trascina dietro il dibattito su una riforma scolastica che sembra voler dare l’ultima parola ai genitori, lasciando l’educazione sessuo-affettiva nel limbo della “discrezionalità”, cinque donne decidono di rompere il silenzio. Provengono da mondi diversi — l’arte, l’attivismo LGBTQIA+, le istituzioni — ma firmano a una sola voce un manifesto necessario: “Senza legge. Perché l’educazione sessuo-affettiva è una questione politica” (Edizioni Tlon).
Tra i banchi, dove tutto inizia
Per Monica Pasquino, presidente dell’associazione Scosse, la rivoluzione inizia negli asili. Non si parla di sesso, ma di alfabetizzazione emotiva. Insegnare a un bambino che può dire “no”, che i confini del proprio corpo sono sacri e che i giochi non hanno genere, significa gettare le basi per adulti liberi. «A scuola si riconoscono i ruoli già scritti», spiega Pasquino, sottolineando come l’empatia si impari attraverso il gioco di ruolo e il cerchio del dialogo, trasformando l’aula in uno spazio di resistenza contro la violenza.
Oltre gli stereotipi: papà lavora, mamma pulisce?
Se nei sussidiari troviamo ancora immagini polverose di madri dedite solo alle faccende domestiche, c’è chi come Celeste Costantino (vicepresidente della Fondazione Una Nessuna Centomila) combatte per una narrazione diversa. L’Italia resta uno degli ultimi baluardi in Europa in cui l’educazione all’affettività non è obbligatoria.
«Trattiamo il femminicidio come un’emergenza isolata, ma è il frutto di un sistema di valori», denuncia la Costantino. La prevenzione non può essere un intervento una tantum dopo una tragedia: deve essere un respiro quotidiano, supportato da una legge che non scenda a patti con l’ideologia.
Il potere dell’arte e della bellezza
C’è poi un linguaggio che arriva dove le circolari ministeriali falliscono: quello dell’arte. Giulia Minoli ci ricorda che l’affettività non si spiega con le definizioni, ma si trasmette con le emozioni. Attraverso il teatro, il cinema e la musica, la Fondazione Una Nessuna Centomila smantella i pregiudizi, offrendo ai ragazzi nuovi modelli in cui rispecchiarsi.
Un’occasione da non perdere
Il coro delle autrici (che comprende anche Lella Palladino e Alessia Crocini) è unanime: non dobbiamo inventare nulla, perché le buone pratiche esistono già. Quello che manca sono le risorse, la formazione per i docenti e, soprattutto, il coraggio istituzionale di riconoscere l’educazione al rispetto come un diritto universale.
In un’epoca che corre veloce, fermarsi a riflettere su come amiamo e come ci relazioniamo agli altri non è un lusso: è l’unico modo per costruire un futuro in cui nessuno debba più aver paura.

