C’è un capo che più di altri ha saputo attraversare epoche, rivoluzioni, sottoculture e passerelle senza perdere un briciolo del suo fascino: il dolcevita. Un semplice collo alto, nato per proteggere dal freddo, diventato nel tempo un manifesto estetico, un simbolo di potere silenzioso e seduzione misurata.
Negli anni Ottanta Steve Jobs se ne innamora durante una visita in Giappone, affascinato dal pullover nero indossato dai dipendenti Sony. Quel dettaglio minimale, firmato Issey Miyake, lo colpisce al punto da trasformarlo nella sua vera e propria uniforme: cento pezzi identici, abbinati ai celebri Levi’s 501. Il dolcevita entra così anche nel vocabolario tecnologico, tra genio creativo e rigore zen.
Ma la storia del collo alto comincia molto prima. Alla fine dell’Ottocento lo indossano giocatori di polo e pescatori, attratti da un design essenziale e funzionale, lontano dai colletti elaborati dell’epoca. È il primo passo di una metamorfosi continua.
Negli anni Venti diventa la bandiera delle donne che rivendicano libertà e indipendenza. Nel decennio successivo si carica di sensualità discreta addosso alle dive: Marilyn Monroe lo trasforma in un’arma di fascino malinconico, Audrey Hepburn in un simbolo di eleganza boho, perfetto nel suo total black da intellettuale parigina. È l’uniforme degli esistenzialisti in riva alla Senna, dei beatnik americani che leggono Sartre e de Beauvoir, dei creativi che cercano uno stile capace di dire tutto senza alzare la voce.
Il dolcevita, d’altronde, funziona proprio così: cambia senza cambiare mai. Nella Space Age assume un’aura futurista, i mod londinesi lo adottano come elemento cool, le Black Panthers lo sfoggiano come parte di un’identità politica potente e sofisticata. Negli anni Settanta e Ottanta entra nel guardaroba del business, sostituendo la camicia e diventando sinonimo di autorevolezza moderna.
E oggi? Torna sulle passerelle con una vitalità sorprendente. Jil Sander lo immagina essenziale e purissimo; Maison Margiela lo rende un velo seducente che sfiora la pelle; Versace lo taglia corto in versione audace e grafica. Hermès lo propone a coste, Gucci lo accende di rosso e blocchi di colore, Michael Kors lo trasforma in un alleato dell’eleganza urbana. Saint Laurent, infine, lo consacra definitivamente: un dolcevita ruggine sotto giacche di pelle e gonne teatrali, dove convivono esistenzialismo e opulenza.
Un maglione nato per proteggere, diventato un simbolo universale. Unisex, intellettuale, glamour, rivoluzionario: il dolcevita continua a vestire ribelli e icone, visionari e minimalisti. E a ricordarci che a volte basta un colletto alto per scrivere un’intera storia di stile.

